Imprenditoria ed Arte

Oggi ho avuto il piacere di lavorare presso una nostra azienda cliente, la Star Shop Distribuzione di Perugia, azienda leader in Italia nella distribuzione di fumetti e gadget www.starshop.it . Questa azienda è stata fondata ed è gestita tuttora da Sergio Cavallerin.
Durante una pausa mi ha fatto visitare il suo atelier, ovvero il luogo dove lui produce le sue opere d’arte, prevalentemente dipinti pop art, gli innovativi polimeri ma anche fotografie, sculture ed altro ancora.
Devo ammettere che sono molto poco addentro all’arte, ma vi assicuro che dopo pochi minuti ho iniziato ad appassionarmi del messaggio trasmesso da Sergio, che è quello di stimolare il suo interlocutore alla ricerca interiore e fargli prendere coscienza di una serie di aspetti esistenziali che meritano la sua attenzione.
Se posso permettermi di dare un suggerimento a tutti, prendetevi dieci minuti del vostro tempo per andare a vedere qualcosa che io penso sia bello e stimolante, andate sul sito: www.cavallerin.com .
Sergio ha, secondo me, un messaggio importante da comunicare agli Imprenditori, questo messaggio però lo lascio scoprire a voi ... buona visione!
Alessandro Bertoldi
P.S. Vi segnalo questo evento, che si terrà venerdì a Perugia:
http://www.cavallerin.com/news/presentazione-pinocchio-mon-ami-alla-libreria-grande-di-perugia
Hai piantato una quercia o del basilico?

Nel processo creativo (nel senso letterale della parola) tutto, prima di realizzarsi, passa attraverso un periodo di incubazione o gestazione. Una pianta, un essere umano, una impresa o un semplice progetto. Tutto. E questo periodo d’incubazione è ragionevolmente diverso a seconda di quello che abbiamo intenzioni di “creare”. Può sembrare ovvio a leggerlo così e lo è di fatto, ma poi, in alcuni contesti, soprattutto in ambito imprenditoriale (ma non solo) l’ovvio diventa paradossalmente difficile di accettare .
In natura è semplice comprendere questo principio: una grande quercia impiega molto più tempo per crescere che una pianta di basilico. Allo stesso modo accade applicando questo principio al lavoro. Se hai intenzione di realizzare un importante progetto, devi tener conto del suo naturale periodo d’ incubazione. Ci vuole la giusta dose di determinazione, pazienza e fiducia per realizzarlo. E costanza, anzi, soprattutto costanza! Ci sono persone, tante persone, che si fissano obiettivi ambiziosi, piantano querce, ma poi pretendono risultati quasi immediati, come i tempi di crescita delle piante di basilico. Non ha senso, vero?
Per fare un esempio concreto applicato al nostro lavoro di consulenza, trovi talvolta imprenditori che, mossi da una forte spinta istintuale, manifestano la loro volontà di trasformare le loro strutture aziendali, ti chiedono di riorganizzare le loro aziende, farle passare dal “caos organizzativo” ad uno stato di idilliaca “produttività armonica” e pur rendendosi conto che questo è un obiettivo importante e difficile, cascano talvolta nell’errore della impazienza compulsiva e non tengono conto del naturale processo di gestazione di tale impresa. Se qualcuno ci mette 15 anni ad aggrovigliare una rete di rapporti interpersonali impegnativi, ruoli, mansioni e dinamiche varie, non è sensato pensare che un altro possa renderla armonica e funzionale in 15 giorni.
Idem per coloro i quali partecipano ad un corso di formazione, alla ricerca di strumenti per cambiare, migliorare o crescere a livello personale o professionale e poi, credendo che sia sufficiente quella giornata, si aspettano una sorta di “magia formativa”, un bibidibobidibù! … Ed ecco che spunta la quercia. Che si tratti di un corso, di un libro, di una tecnica, una disciplina o semplicemente di una sana abitudine non fa differenza, ci vuole il giusto tempo perché il seme del cambiamento germogli. E nel frattempo bisogna prendersene cura, perché è doveroso ricordare che non basta seminare … in questi casi dobbiamo mettere in conto una buona dose d’impegno costante affinché l’effetto si possa manifestare su di noi. Occorre la volontà di applicare quanto appreso e la costanza per applicarlo il tempo necessario finché funzioni.
Gli scienziati comportamentali hanno dimostrato come una nuova abitudine richiede circa 21 giorni per essere accettata dal nostro cervello. L’esempio dell’arto fantasma ne è la prova. Per 15 giorni, dopo aver amputato un arto, il paziente prova persino dolore nel vuoto dove prima c’era l’arto e solo dopo 21 giorni si abitua a non averlo e smette di sentirlo…
Tornando all’ambito imprenditoriale, diventa dunque fondamentale renderci consapevoli della portata dei nostri obiettivi. Fermarci a ragionare per valutare se stiamo piantando querce o basilico e poi agire di conseguenza, applicando la giusta dose di costanza e determinazione.
Se vogliamo ottenere risultati importanti ed uscire dal mucchio, questa capacità di valutazione ci sarà molto utile! Ci aiuterà ad essere pazienti e costanti con i grandi obiettivi e viceversa ci impedirà di perdere tempo e risorse in attività marginali o di scarso valore per noi.
Come ho letto tempo fa: spesso SOPRAvvaluttiamo ciò che possiamo fare in un anno e SOTTOvaluttiamo ciò che possiamo fare in un decennio. Quanto è vero!
Mi auguro di avermi messo un piccolo tarlo propositivo con questa mia riflessione, argomento peraltro già sfiorato, da un'altra angolatura, dal nostro Dirett. Amm. Romolo Nicolai nel suo articolo Piantiamo bene i Semi delle Aziende del Futuro.
Si vede che il Team Bertoldi ama le metafore naturalistiche!
Buon lavoro a tutti!
Ana Alvarez
Fisica Quantistica ed Imprenditoria.

La Fisica Quantistica è una materia che mi affascina. Riconosco di saperne poco o niente, ma il mio interesse e la mia curiosità mi portano sempre più spesso a leggere testi che la riguardano. Ed una volta che ho letto un libro, magari capendone il 10%, mi ritrovo con il blocchetto degli appunti pieno zeppo di parole e concetti incompresi che richiedono altre letture più complesse, altre ricerche di approfondimento che mi attirano come calamite di nuova conoscenza. Mi sento un pò come Alice nel paese delle meraviglie … viaggiando in un mondo nuovo, dove tutto è il contrario di tutto e dove la parola "impossibile” non esiste, se non in contrapposizione al concetto imperante di POSSIBILITA'.
Sono letture un po’ strong, lo ammetto, ma mi stimolano e mi aiutano a crescere, a migliorare e a trovare nuovi spunti operativi applicabili alla vita di tutti i giorni e al mio lavoro di Ricerca & Sviluppo.Vi invito a seguirmi in un ragionamento azzardato nel quale ho adattato aspetti della Teoria del Caosdella Fisica Quantistica all'imprenditoria.
Ultimamente ho letto un libro che citava spesso il fisico belga Ilya Prigogine, premio Nobel per la Chimica nel 1977; il quale, attraverso il suo studio delle strutture dissipative, ci ha insegnato comeCRESCIAMO IN MISURA DIRETTAMENTE PROPORZIONALE ALLA QUANTITA’ DI CAOS CHE POSSIAMO SOSTENERE O DISSIPARE. In altre parole, i sistemi più grandi sono quelli che riescono a sostenere l’influsso di una maggior quantità di caos senza distruggersi. Applicando alla nostra vita quotidiana questo principio, possiamo affermare che più caos abbiamo, più possiamo crescere. Più il gioco si fa grande e più ostacoli dobbiamo superare, maggiore è la ricompensa. Per fare un esempio, pensiamo alla nascita di un figlio: è un dato di fatto che un neonato, con i suoi annessi e connessi, crea un grande caos nella vita dei genitori e la nuova situazione provoca forte stress nella coppia. Infatti, secondo le statistiche molte coppie si separano dopo la nascita del primo pargolo e sempre di più spesso le coppie tendono a posticipare l’evento … Ci pensano due, tre, dieci volte, prima di fare un figlio! Rallentano la crescita della famiglia per paura del potenziale caos(altro motivo che, talvolta, può provocare la morte metaforica della coppia). Ci sono coppie (sistemi) che non riescono a sostenere tanta quantità di caos e di conseguenza si disfano, altre che non crescono e "muoiono" e altre ancora che crescono, si riproducono, superano il caos e ne escono più ricche e solide.
Allo stesso modo, tornando all’ambito aziendale, avviare un progetto di espansione mette una grande paura a molti: l’acquisto di un nuovo capannone, ad esempio, di ulteriore macchinario nonché l’assunzione conseguente di altri dipendenti provoca stress solo a pensarci, perché la crescita e l’espansione di una impresa crea situazioni caotiche da gestire … Eppure è una fase inevitabile da superare se vogliamo aumentare il nostro giro d’affari, diventando più grandi, più forti e competitivi sul mercato.
Qualsiasi sistema, umano o no, perché sia vivo e florido deve essere dinamico. Le aziende che non corrono rischi, che non sono disposte a mettersi in gioco per crescere, che vanno avanti con la filosofia retrograda di mantenere ridotto ma controllato il proprio orticello, sono condannate a morire. Chi vuole fare Impresa con la “I” maiuscola, sa che dovrà crescere ed espandersi in continuazione, e che andando incontro a nuove sfide, dovrà in qualche misura gestire caos, ulteriore lavoro e stress. Il caos è sintomo di dinamismo e di crescita.
Tornando a Prigogine, lui dice che ci sono sempre energie nuove e fresche, e vecchie e consumate che entrano ed escono di un sistema (teniamo sempre a mente l’esempio di un’Impresa). Il sistema è in armonia finché entrate ed uscite sono in equilibrio. Se entra più energia fresca e/o esce meno energia vecchia, il sistema diventa caotico e squilibrato. A questo punto il sistema ha due scelte: o si disintegra o salta ad un nuovo livello di potenzialità e di capacità. In altre parole o cresce o muore. Interessante parallelismo … Una Impresa di fronte al cambiamento imposto della famigerata crisi ha due possibilità: crescere o morire. Inventarsi nuove strade che sostituiscano le vecchie, esplorare nuovi sistemi per mettere energia nuova al posto di quelle consumate oppure arrendersi ed aspettarsi il peggio, perché i sistemi non POSSONO MAI ANDARE INDIETRO E, SE NON MUOIONO, FANNO LETTERALMENTE UN SALTO QUANTICO! Prigogine va oltre e spiega che in natura i sistemi isolati sono solo un'astrazione o casi particolari, mentre la regola è quella di sistemi aperti che scambiano energia con i sistemi limitrofi e grazie a questo sono in costante evoluzione.
Caspita! Di nuovo proprio come accade nell’imprenditoria, dove vincono gli imprenditori capaci di creare e mantenere alleanze proficue con altri imprenditori , con i fornitori, con le banche…E’ un gioco di scambio di energia con il mercato che fa crescere entrambi. Ma sappiamo già che crescere vuol dire affrontare il caos e il caos provoca stress alla maggior parte delle persone. Infatti, credo che lo “stress della crescita” è uno dei principali motivi per cui molti Imprenditori rallentano lo sviluppo della propria azienda (come nell'esempio della coppia, tra l'altro). Hanno paura di non reggere, di non essere all’altezza delle nuove situazioni che andrebbero a generare e scelgono dunque di rallentare, di diventare statici.
Mi auguro però che, se sei un Imprenditore e sei arrivato fino alla fine di questo pazzo ragionamento che ho fatto, tu appartenga invece alla categoria dei “coraggiosi”, quegli imprenditori che scelgono la via della crescita e dell’espansione senza lasciarsi intimorire dal Caos, anzi sanno che esso è fonte di stimolo ed ispirazione. Avere grandi obiettivi porta grandi risultati godendo anche del percorso.
Una vita facile non è necessariamente una vita felice. Viceversa, una vita difficile non è necessariamente infelice, anzi, la storia ci dice che è proprio il contrario!. Prova a leggere la biografia dei più grandi Imprenditori dei nostri tempi: Steve Jobs, Bill Gates o Richard Branson (per citarne qualcuno) e avrai ulteriore conferma. Un Grande Imprenditore sceglie sempre e comunque la strada della crescita, anche sapendo che affronterà il Caos più assoluto. Un Grande Imprenditore sceglie la via Migliore, non la più comoda.
E tu? cosa scegli?
Ana M. Alvarez
Il passaggio generazionale nelle imprese italiane.


Il sistema industriale italiano è caratterizzato dalla presenza di imprese con una governance di tipo famigliare. La letteratura economica, pone l’accento da tempo, sul problema del passaggio generazionale. Questo “nodo strategico”, resta una delle cause principali del dissolvimento delle imprese, e in particolare delle PMI.
Studi recenti in proposito evidenziano come il tasso di mortalità sia pari al 75% nel passaggio dalla 1° alla 2° generazione, per arrivare anche al 90% in quello tra la 2° alla 3°. E’ chiaro, allora, come l’errore più frequente è quello di non pianificare il passaggio generazionale. Tale fase dovrebbe iniziare, tra l’altro, in periodi in cui: mercato, organizzazione e risultati aziendali sono in situazione almeno di normalità. Invece, il “turnover” si compie spesso in momenti di difficoltà dell’impresa dovuti a: stagnazione dei mercati di riferimento e di maggiore e aggressiva competizione.
C’è da dire che in queste fasi i “vantaggi competitivi” della impresa famigliare ( conoscenza approfondita del business di riferimento, leadership dell’imprenditore, rapidità nelle decisioni, flessibilità nei comportamenti aziendali), possono attraversare una fase di “involuzione”. Allora l’impresa rischia di stentare a capire i cambiamenti esterni e quindi l’esigenza di delegare i ruoli e le funzioni. Si implementano analisi strategiche e competitive senza il necessario distacco giustificando le difficoltà e le minacce più che operare per il loro superamento, con il rischio di “avvitarsi” in una cultura della ineluttabilità dei destini aziendali. Per molti versi questa cultura è il frutto di un processo inconscio che non aiuta a riflettere con attenzione sui destini dell’impresa.
Quindi, la ridotta sensibilità al cambiamento è l’elemento di rischio perché non aiuta a cogliere l’opportunità (infatti, ci sono rischi ma anche opportunità!) che anche il processo di passaggio generazionale, da minaccia, può trasformarsi in importante occasione di crescita. Gli errori che si fanno in fase di passaggio sono: credere che i figli siano capaci di gestire l’impresa, spesso non valutando che i fattori che hanno fatto il successo del passato si stanno modificando; confondere il ruolo di azionista/manager; non scegliere validi dirigenti/manager; ostinarsi a mantenere il controllo nella famiglia, rinviando l’apertura del capitale sociale a terzi investitori; strutturare un rapporto tra azionisti/soci e manager non orientato alla creazione di valore.
Per quanto concerne il primo aspetto c’è da dire che spesso non si è nel caso di “inesistenza di eredi interni” ma di “assenza di eredi interni pronti alla successione” o, meglio ancora, di “eredi interni che non sono stati mai investiti ufficialmente del ruolo di successori, né strutturalmente preparati a questo compito”. Questa è la situazione nella quale il successore vive il problema della convivenza imprenditoriale più che del passaggio, e la definizione della “governance” aziendale viene rinviata a scapito della competitività .
Allora, un corretto processo di successione che è spesso anche temporalmente sovrapponibile, potrebbe essere questo:
1) pianificazione della successione da iniziare quando l’imprenditore prende coscienza che nel medio termine intende ritirarsi. Questo processo deve arrivare alla stesura di un piano di successione realizzato con l’aiuto di un Team di professionisti esterni;
2) formazione e valutazione dei candidati alla successione. Il processo si conclude in una stima precisa delle capacità e inclinazioni di ciascuno, in modo da scegliere non solo il leader, ma anche il più efficace inserimento di altri famigliari nella struttura aziendale;
3) scelta del successore (leader);
4) trasferimento della leadership con la progressiva sostituzione del predecessore, sia nel management che nell’azionariato;
5) riorganizzazione aziendale. Questa fase consiste nella realizzazione di un processo di ristrutturazione societaria e organizzativa tesa a favorire non solo il processo successorio, ma anche le finalità indicate nella seconda fase, onde conseguire una innovativa cultura imprenditoriale.
In caso di assenza di eredi interni, il processo sopra descritto deve necessariamente modificarsi nella fase di pianificazione, del trasferimento della leadership e della riorganizzazione aziendale. In questa fase un compito importante lo ricopriranno gli attori che circondano l’imprenditore: consulenti, commercialisti, pubbliche autorità, organizzazioni sindacali e imprenditoriali, banche. Serve in pratica una intelligente “cabina di regia” che contribuisca a favorire una adeguata successione aziendale per tutelare sia il capitale di rischio che di finanziamento, oltre che il fattore lavoro.
Domenico Di Pietro
Giornalista Economico
Lo Studio Bertoldi & Associati può aiutarti nel passaggio generazionale della tua impresa. Contattaci:
l'ottovolante emozionale

Nel corso degli anni, attraverso il mio lavoro di consulente, ho potuto osservare come le persone conducono una vita caratterizzata da sbalzi emotivi, ossia alternano periodi di positività a periodi di negatività.
Questa situazione, considerata abituale dalle persone, in realtà ha poco di normale. Infatti se osserviamo bene i bambini, questi sono quasi sempre pieni di gioia, di interesse per il mondo che li circonda. Sono curiosi e sperimentatori, possiedono la dote del incauto coraggio. Ma anche noi adulti siamo stati bambini sebbene il nostro ricordo non arrivi fino alla tenera età. Spesso quello che sappiano dei nostri primi anni di vita è una ricostruzione fatta dagli altri. Non è vero che tu sei così, lo sei diventato attraverso le tue esperienze dirette ed indirette.
Quindi gli up & down sono generati dalla ristimolazione che ci provocano le nostre esperienze e le persone che ci stanno vicino, nonché dal modo in cui affrontiamo le difficoltà egli eventi negativi che viviamo.
Fermo restando che ci sono eventi esterni che possono condizionare il nostro umore, ma sui quali non possiamo incidere e cambiare le cose, è importante concentrarsi su quelle situazioni di stress che possiamo controllare.
Tra le varie cause che generano stress vorrei soffermarmi su quelli generati da, come li chiamo io, “i falsi amici”. Queste persone hanno un atteggiamento amichevole ma il loro scopo ( inconscio il più delle volte) è quello di salvaguardare i propri interessi, anche a scapito degli altri. Il loro gioco è Win to Lost.
Goleman disse “Comunicare non significa solo inviare informazioni all’indirizzo di un’altra persona. Significa creare negli altri un’esperienza, coinvolgerli fin nelle viscere e questa è un’abilità emotiva.”
Frase molto vera per quanto riguarda i “falsi amici”. Infatti costoro, attraverso un’abilità comunicativa, riescono a incidere sulla motivazione delle persone, inculcando dubbi, stress e idee limitanti. Ti convincono che non è possibile e che tu non riuscirai ad ottenere i tuoi scopi.
Una precisazione: non stiamo facendo una caccia alle streghe. Il più delle volte i falsi amici sono persone vicine e care, che, ricordiamolo, utilizzano questa comunicazione a fin di bene, per evitare che altri vivano le stesse situazioni problematiche vissute da loro. Non discuto il nobile fine, ma è altrettanto vero che privare qualcuno delle proprie scelte e azioni mettendo paure di cui non si ha certezza che si possono verificare, porta la persona a “combattere contro i mulini a vento”, che in questo caso nemmeno sono i suoi.
Ognuno di noi ha diritto di fare le proprie esperienze e non vivere quelle degli altri, perché è con l’esperienza diretta che possiamo crescere e migliorare.
Ora che conosci questo meccanismo d'influenza dei falsi amici non hai più scuse, applica la tua Responsabilità. Ricordati che l'ultima parola ce l'abbiamo ognuno di noi. Loro, i falsi amici, sono così e fanno quel che possono, mentre noi abbiamo il potere di non dare loro il potere di deviarci dalla nostra visione e meno che mai di toglierci il nostro buon umore e la voglia di seguire i nostri sogni.
Quindi sapere gestire al meglio la comunicazione è un’abilità che l’essere umano ha per poter mantenere alta la sua motivazione, convinzione e integrità, per poter ritornate a vedere il mondo con gli occhi di un bambino.
Massimo Casarotti
Il giusto assetto del Leader
Leggendo questo passaggio che trovate in seguito, tratto di un manuale di equitazione che parlava del “giusto assetto”, mi è venuto spontaneo adattarlo alla leadership dell’imprenditore. La mia deformazione professionale è sempre all’agguato!
Vi propongo di seguirmi in questo giochetto metaforico. Leggete questo frammento del manuale e sostituite nella vostra mente la parola “cavaliere” con Imprenditore o Leader e “cavallo” con Team o l’insieme delle persone che guida. Naturalmente anche le altre immagini andrebbero adattate …
“Osservando un bravo cavaliere impegnato in una ripresa di dressage, in una corsa al galoppo, in un concorso ippico o in una qualsiasi altra disciplina 
equestre, noteremo quanto differente sia la sua posizione in sella, eppure riesce sempre a mantenere il corretto assetto. Il giusto assetto, è quindi la capacità di rimanere sempre in equilibrio con il cavallo variando la nostra posizione per mantenere il nostro baricentro in linea con quello del nostro cavallo. Mantenere un corretto assetto durante l'attività equestre è dunque una azione tutt'altro che statica, il cavallo si muove e il cavaliere deve muoversi insieme a lui evitando di compromettere l'equilibrio di quest'ultimo.
In teoria tutto sembra molto semplice, la pratica ci insegna che lo è un pò meno. Per acquisire la capacità di rimanere in equilibrio su un animale in movimento occorre molto esercizio e, cosa che raramente facciamo, l'esercizio andrebbe ripetuto nel tempo anche quando siamo sicuri di avere ormai compreso i segreti dell'equitazione.
Perfezionare il proprio assetto significa ricercare continuamente il punto di equilibrio più vantaggioso per ottenere il miglior risultato con la massima scioltezza e il minimo sforzo.”
Ecco la metafora che a me viene fuori, con le dovute licenze:
"Osservando un bravo imprenditore impegnato in una riunione con i suoi manager, nella sua operatività quotidiana, mettendo in moto un importante progetto, parlando con i propri operai, non importa in che settore, noteremo quanto differente sia il suo atteggiamento a seconda della situazione, eppure riesce sempre a mantenere il giusto assetto.
Il giusto assetto, è quindi la capacità di rimanere sempre in equilibrio con il Team indipendentemente delle circostanze, variando la nostra posizione per mantenere il baricentro (visione, mission, obiettivi e valori) in linea con quello delle nostre persone. Mantenere il giusto assetto durante l’attività imprenditoriale è dunque un’azione tutt’altro che statica, le persone si muovono, cambiano, e l’Imprenditore, che a questo punto possiamo chiamare Leader, deve muoversi insieme a loro, evitando di compromettere l’equilibrio di quest’ultimi. Importante sottolineare che è il Leader ad avere in mano le redini dell’impresa e quindi è lui chi determina la direzione da seguire, ma senza fare peso morto, senza intralciare il movimento delle persone. Come direbbe Mike Dooley: guarda dritto il tuo obiettivo, senza preoccuparti tanto dei “maledetti come” …
Proseguendo con la metafora, anche nel mondo dell’imprenditoria in teoria tutto sembra molto semplice, ma la pratica ci insegna che tal volta lo è un po’ meno. Per acquisire la capacità di rimanere in equilibrio alla guida di una Impresa in movimento, in un mercato che è in continuo mutamento, occorre molto esercizio e cosa che raramente viene fatta, l’esercizio andrebbe ripetuto nel tempo con costanza, anche quando siamo sicuri di avere ormai compreso i segreti dell’Imprenditoria. L’allenamento e la costanza sono fondamentali.
Perfezionare il proprio assetto per un Leader significa ricercare continuamente il punto di equilibrio più vantaggioso per ottenere il migliori risultato con la massima scioltezza e minimo sforzo."
Che ne pensate?
A me questo parallelismo equitazione – leadership imprenditoriale piace proprio tanto. Le Imprese, come i cavalli, sono vive! Hanno un cuore, il cuore delle persone che ne fanno parte ed hanno il proprio carattere, sono mutevoli, sempre attive, a volte si spaventano, a volte prendono l’iniziativa, sono imprevedibili e tal volta difficili, ma se trattate con la giusta mano, se guidate con saggezza, ti doneranno immense soddisfazioni.
Per raggiungere però questo equilibrio è importante capire che non bisogna mai smettere di allenarsi per mantenere il “giusto assetto”.
Ma qual è il “giusto assetto”? Tempo fa, la mia insegnante di equitazione mi disse: ognuno ha la propria posizione in sella, quella in cui ti senti sicuro e comodo, senza disturbare il movimento del cavallo. Una volta trovata questa posizione, te ne accorgi subito! Perché ti senti bene e perché tutto sembra più facile.
Come cartina di tornasole , per capire se abbiamo il “giusto assetto” alla guida della nostra impresa, possiamo usare le nostre emozioni e le emozioni dei nostri collaboratori.
Chiedetevi se vi sentite a vostro agio, in sintonia con il vostro team, se vi sentite comodi, se credete di avere le redini in mano, lo sguardo puntato all’obiettivo e se loro rispondono ai vostri imput, con gioia di collaborare e prontezza.
Ascoltate le vostre emozioni e quelle dei vostri collaboratori e quando avrete trovato il “giusto assetto” ve ne accorgerete subito! Vi sentirete bene e tutto vi sembrerà più facile! Anche superare la crisi, abbattere la concorrenza e raggiungere il vs. meritato successo.
Parola di cavaliere.
Ana M. Alvarez
Nelle imprese è necessario tenere allenate le menti.


Crediamo di essere abbastanza tutti d’accordo sul fatto che sono i progetti la stella polare dell’impresa. Sui progetti si dovrebbero unire dipendenti, manager, azionisti ,fornitori, clienti, il mercato. Per portare avanti progetti si deve spesso lottare contro l’inaccettabile, ricercare soluzioni migliori e più avanzate.
Tutti dovrebbero remare nella stessa direzione e il leader deve avere tra le tante qualità la capacità di sentire a che livello di velocità deve andare l’impresa. Deve saper osservare. Deve avere il tempo e la voglia di pensare pescando dalle sue emozioni e dallo studio attento della fisiologia del suo cervello.
Albert Einstein con grande acutezza affermava che:” Il nostro pensare crea problemi che non si possono risolvere allo stesso livello di pensiero”. Per registrare passi in avanti si deve fare ricorso al pensiero laterale e al pensiero sistemico cercando di non usare solo schemi cognitivi che hanno funzionato in passato.
Il leader, e ognuno di noi è almeno leader di se stesso, deve anche voler: cambiare, sfidare, provare, approfondire, analizzare, autorizzare, aiutare, collaborare, domandare, crescere. Il leader alla fine deve anche volere e poter fare. Deve concretizzare!
Il leader, specie nel mondo imprenditoriale, deve necessariamente uscire dal triangolo cervello, corpo, salute per entrare in campo, per uscire in mare aperto con entusiasmo e grande fiducia nel futuro.
Il mondo delle imprese è pesantemente segnato dalla competizione. Per fare quadrare i conti sarà sempre più necessario allenare il cervello, la mente e l’anima a cogliere le opportunità che si presenteranno all’orizzonte.
L’impresa deve ovviamente anche riflettere su quello che si è fatto. L’imprenditore deve salire sulla seggiovia e dall’alto del monte guardare in basso per vedere da un'altra prospettiva. Magari per gioire e ritenersi orgoglioso.
Un attimo dopo però ogni impresa e quindi ogni manager, ogni imprenditore, devono focalizzarsi su quello che sta per succedere. Devono essere analizzati i trend che potrebbero interessarci nei prossimi anni.
In pratica, per usare il gergo dello sport che è spesso “maestro di vita”, giocare all’attacco e non solo di ripartenza.
Allora possiamo dire che non dobbiamo pensare di avere successo, replicando solo quello che riteniamo abbia efficacemente funzionato in passato. Il cambiamento è una strategia che porta risultati anche se per metterla in pratica bisogna correre dei rischi.
Per portare cambiamento nelle imprese è fondamentale coinvolgere tutti i collaboratori. Questi devono respirare la stessa aria di libertà creativa e di cultura improntata alla felicità. Devono sviluppare nuove competenze di tipo professionale. Dovrebbero essere scelti con attenzione, annusandone i valori, la personalità. Scandagliandone con precisione e gusto del particolare le competenze e le eventuali lacune. Con loro deve crearsi una “chimica”, una “scossa elettrica positiva” che si rinnova tutti i giorni.
Dai collaboratori devono venire consigli, critiche, suggerimenti, fiducia. Il luogo di lavoro deve essere necessariamente realizzazione personale e scoperta di sé. Il leader deve poi sempre essere un direttore d’orchestra che rispetta le persone e che passeggiando per i corridoi, per i capannoni, vivendo i meeting e le convention, abbia la capacità incrociando le persone di capire se c’è qualcosa che non gira.
Deve saper annusare il clima che si respira e che prescinde nelle sue espressioni vere e profonde da ricerche di mercato sulla soddisfazione che vengono da sterili report che possono essere solo strumenti di supporto inanimato se non adeguatamente letti e “vissuti” da persone che abbiano veramente a cuore i problemi dell’impresa.
Allora se le imprese concentrano gli sforzi per non vedere i propri prodotti confusi con mille altri che sono presenti nell’attuale offerta globale, è fondamentale arricchire anche le caratteristiche dell’offerta e quindi dei prodotti. Bisogna rendere più efficiente la propria organizzazione, più sofisticata la comunicazione d’impresa, oppure cercare di ritagliarsi nicchie di mercato nelle quali sentire meno il fiato sul collo della concorrenza.
In questo momento storico è da superare la sola logica del comando e controllo, tipica delle mansioni esecutive per passare al “management by education” per aumentare il potenziale di imprenditori, manager e lavoratori della conoscenza.
In particolare le imprese “knowldge intensive” devono essere sempre di più delle scuole che tendono a massimizzare il potenziale del capitale umano e proprio perché gli operatori della conoscenza sono all’origine della ricchezza dell’impresa, compito del management sarà quello di svilupparla sempre di più.
Parliamo di tecnologia, estetica, comunicazione e quindi di cultura scientifica, cultura artistica e cultura psicologico-sociale. Sempre più spesso è l’insieme di queste componenti che determina il valore di mercato di oggetti e servizi.
Quindi il successo delle imprese è legato sempre di più alla presenza di talenti imprenditoriali e lavorativi che siano in grado di indirizzarne lo sviluppo e creare una cultura aziendale competitiva che si basi su valori quali: meritocrazia, lavoro di gruppo, indipendenza, valore della conoscenza e del sapere, competenza, professionalità, autonomia.
Persone che siano ossessionate da un desiderio di felicità e di sapere e che sappiano muoversi con destrezza tra scienze neuro cognitive, filosofia, scienza, psicologia, antropologia, politica, economia, sociologia, teologia, arte, matematica, management, futurologia. Prepariamoci a pensare come Leonardo da Vinci e i suoi principi del genio.
Arriviamo a sostenere che volendo lavorare per “risultati attesi” e non solo per “compiti” anche la logica gerarchica in molte attività viene ad essere messa in discussione, passando dalla “cultura della dipendenza” alla “cultura della competenza” ed incrinando molte certezze del vecchio mondo delle relazioni industriali.
Per uscire vincitori da questa generalizzata situazione di crisi, di instabilità politica ed economica, che è anche crisi etica, valoriale e culturale e per governare al meglio questa complessità in cui ci troviamo a navigare e per sognare un progetto collettivo di una società migliore, bisogna fondamentalmente allenare le menti anche nel mondo delle imprese che della nostra società sono una delle spine dorsali.
Domenico Di Pietro
Giornalista Economico
I nostri migliori auguri di Buona Pasqua

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